Le nostre storie

SOCIOLOGICAMENTE

Approfitto di aver messo mano al blog per aggiornare qua e là le varie iniziative per pubblicare tra le storie una mail mandata ad alcuni dei compagni di avventura del nostro orto. E’ una riflessione nata dai recenti studi di sociologia urbana e dalle dissertazioni tra noi ortisti. Ovviamente è una visione che non pretende di essere condivisa, ma che rappresenta solo un modo di portare avanti e provare a leggere tante delle discussioni che attengono al senso identitario della nostra associazione, a ciò che desideriamo per la nostra città e a ciò che rappresenta l’avventura dell’orto.

Lo studio delle città nel senso sociologico è quello che viene definito “sociologia urbana”. Questo settore della sociologia appare sovrapporsi al suo più ampio riferimento logico che è appunto la sociologia. Le dimensioni indagate appaiono le stesse ma per comprendere cosa distingue la sociologia urbana dalla sociologia in senso esteso dobbiamo fare riferimento alla dimensione spazio-temporale e ai suoi concetti sottostanti.

Lo studio spazio-temporale di un contesto ha radici storiche in particolare nell’avvento della modernità, negli accentramenti delle nuove città industriali e nella contrapposizione urbano-rurale che definisce e implica mutamenti non solo a livello spazio- temporale ma anche nella definizione delle rappresentazioni, stili di vita, tipologia di relazioni che all’interno di questi spazi si vanno definendo, sia a livello individuale che a livello sociale.
Si possono ravvisare i primi concetti di definizione e studio sociologico urbano già con quelli che sono considerati i fondatori del pensiero sociologico: Marx, Weber e Simmel.
In particolare per Marx la città diviene il luogo del conflitto tra proletariato e borghesia. In senso più esteso per Marx la città è il luogo di formazione delle classi sociali e dei conflitti tra esse rispetto all’avvento e allo sviluppo del modello di produzione capitalista. Questo approccio di studio rappresenta un importante tentativo di riconoscere il ruolo svolto dalla città nel segnare il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna. È proprio nella città, caratterizzata da una specifica divisione del lavoro che si genera la necessità di lavoro salariato e il lavoratore moderno prova un rapporto di indifferenza completa nei confronti del proprio lavoro che lo porterà ad una condizione di alienazione, ma anche alla presa di coscienza della propria condizione frutto della concentrazione urbana del proletariato.
In Weber il tema della città si lega ad altri concetti ordinatori come quello di forme di potere, di capitalismo e della razionalizzazione. In particolare la contestualizzazione  storica operata da Weber richiama alcuni dei temi che saranno propri dei processi di globalizzazione, allora sconosciuti.
È poi con Simmel che si ha un passaggio ulteriore e più definito del concetto di sociologia della città. La metropoli è il luogo dell’intersecarsi delle cerchie sociali, delle forme di individualismo, di narcisismo, dell’inquietudine perenne che forgiano l’individuo contemporaneo. La scena metropolitana diviene il luogo privilegiato tra la richiesta dei diritti in nome dell’universalismo da un lato e la ricerca costante ed estenuante di una diversità. È nella moda, frutto di dinamiche di distinzione e imitazione, che si risolve provvisoriamente il conflitto interiore dell’uomo moderno.
Non da ultimo anche il fascino del lontano, dell’irraggiungibile che passa oggi compulsivamente attraverso l’uso  di internet, ma che scopre nella città il luogo della dissolvenza e delle relazioni senza peso la sua origine.
L’individuo metropolitano è l’individuo Blasé (insensibile, scettico e disincantato). L’intensificazione della vita nervosa dell’individuo metropolitano, prodotta dai continui stimoli offerti dalle città “ad ogni attraversamento di strada”, con una fitta successione di immagini cangianti, portano ad una condizione psichica di sollecitazione nervosa che l’individuo, per sopravvivere, non può sopportare e che lo renderà  antipatico (nel senso etimologico del termine anti-pathos).
L’individuo metropolitano allora è colui che non può, non riesce, a muovere dentro di sè Sun-pathia (simpatia) ed en-pathia (empatia).
Ma altri mutamenti sono intervenuti dai tempi dei padri fondatori ad oggi. Siamo passati dal concetto di modernità a quello di post-modernità ed anche le nostre città hanno profondamente modificato la loro struttura.
Le città post-moderne sono “non luoghi”, così definite perché con l’avvento delle tecnologie i confini spazio-temporali, che una volta le definivano e ne determinavano i caratteri, sono stati annientati. La globalizzazione, l’assomigliarsi sempre più stringente dei luoghi, delle pratiche, degli stili di vita e delle caratteristiche individuali e sociali, quindi degli individui e delle formazioni sociali, sembrano rendere difficile, se non impossibile, uno studio specifico dell’urbano. Con un triplo salto carpiato e attraverso quasi cento anni di storia del pensiero arriviamo a Giddens. Radicato al pensiero già espresso in un’altra epoca da Simmel, quello appunto del carattere Blasé dell’individuo moderno, Giddens ci parla del dis-embedding dell’uomo postmoderno e globalizzato. Lo sradicamento. L’uomo postmoderno è sradicato, attraverso la tecnologia, dal suo contesto spazio-temporale. È l’uomo del non tempo e del non spazio. È l’uomo che vive nel non luogo. È l’uomo che incontriamo ogni giorno, quello che chatta con un’altra persona che si trova dall’altra parte del mondo esattamente nel momento in cui stiamo tentando di parlare con lui. È l’uomo che in un’ora arriva a Londra. Che può vivere la stessa giornata in due luoghi diversi. È l’uomo che dal divano di casa sua può arrivare ovunque. È l’uomo che non ha relazioni con il territorio che vive perché coltiva amicizie e rapporti professionali altrove.
La nostra fortuna è che per caratteristiche sottese, psicologiche e come direbbe Simmel nervose, l’uomo non può tollerare a lungo questa vita dis-embedded ed ha bisogno di alternarvi momenti di re-embedding, di ri-radicamento. Eccolo allora tornare a casa, dalla sua famiglia, dai suoi amici, nel suo luogo per un momento di calore e tranquillità. Eccolo cercare, alla Goffman, l’alternanza necessaria tra palcoscenico e retroscena. Tra il momento della maschera che indossiamo in pubblico per presentarci agli altri ed il viso scoperto del retroscena, quello che siamo realmente quando non abbiamo bisogno di proiettare su altri una immagine (più o meno studiata) di noi. La nostra vita è un alternarsi di questi movimenti indispensabili oggi all’equilibrio psichico e sociale.
Ecco perché, e concludo, vi raccontavo che la nostra esperienza ed il nostro lavoro attraverso l’orto parla di re-embedding. È un lavoro importante, e come ama dire Paola, è importante che ci rendiamo consapevoli, anche in modo esplicito tra di noi, dell’ideologia di fondo che coltiviamo, che portiamo all’esterno e che desideriamo trasmettere. Ecco perché diventa importante anche ragionare sulle singole frasi che inseriamo in un regolamento, sulle modalità con cui intendiamo procedere, sulla decisione se aprire o meno una pagina di facebook o ancora su che tipo di relazioni intessere con le altre associazioni diventa una questione di fondo da snocciolare e da confrontare con ciò che vogliamo essere e sul significato che esprime.
Emanuela

MELANZANE

Fa parte delle storie dell’orto.
Quelle storie di cui ti sfugge in prima lettura la morale: tutte le volte che tu hai pazienza e cura c’è qualcuno che non ce l’ha.
Tutti vorremmo capire ma credo non ci sia niente da capire.
Anzi crediamo sia giusto NON capire. Proprio perché siamo quelli che non vogliono capire un certo modo di stare al mondo abbiamo voluto un orto condiviso.
Triste che qualcuno non “dei nostri” abbia bisogno delle nostre 4 melanzane che sia per povertà o per furbizia.
Triste che sia qualcuno di noi che crede che 10 euro di iscrizione rendano furbi loro e stupidi gli altri idealisti.
Ci sono stati momenti in cui il nostro orto era talmente brutto da vedere e così di difficile accesso agli occhi di quasi tutti che abbiamo sperato che qualcuno venisse a prendere i pomodori che crescevano disordinati sulle piante. Nessuno sapeva neppure che ci fosse un parcheggio in via campania figuratevi un orto!
Tante volte abbiamo sperato di diventare cosi bravi da non sprecare acqua e riuscire a coltivare cose decenti in eccesso per chi fa la fila per mangiare.
Ci piace pensare che la mano che ha colto le melanzane sia stata mossa da una sana ignoranza da orticoltore in divenire.
Ma ancora non siamo bravi e questa storia non è ancora arrivata al “tutti vissero felici e contenti”. Per questo motivo abbiamo creduto che partecipare a un gruppo più vasto rendesse la storia più avvincente ed è nata la nuova agorà.
Abbiamo capito che a quasi tutti noi  pesa mettere la testa dentro l’orto e preferiremmo che l’orto mettesse la testa dentro di noi e ci siamo decisi a potenziare la comunicazione attraverso il sito e le email.  Ma anche questa è una storia che si sta ancora svolgendo. La racconteremo più tardi.
Abbiamo capito che la povertà ha tante facce e  rovinare il bene pubblico è una forma di povertà.
Nelle favole la strega cattiva non è mai povera economicamente….Poi ci siamo resi più belli e conosciuti e ci hanno rubato gli attrezzi. Speriamo che qualcuno li abbia presi per rendere più bella la loro vita.
Per fortuna il nostro orto è soprattutto il contenitore e non il contenuto. Per questo non l’abbiamo recintato.
Non abbiamo ancora voluto capire come si possa recintare un’idea.

Angelo e Paola

LE NUOVE E VECCHIE POVERTA’  

Arrivati sull’isola di Rodi stessa atmosfera di Atene a pasqua. Visi sorridenti davanti al baratro di domenica prossima, davanti alla mancanza disperata di lavoro,  banche chiuse, no benzina. Il taxista dice:” i tedeschi, la troika non sanno che sapore ha il polpo mangiato in compagnia. È necessario essere sorridenti è la terapia (parola che dice in greco) contro la crisi (lo dice in greco). Sole,  Mare, cibo questo è vita . Andrò a votare no domenica. Ce la facciamo sempre abbiamo la terra coltiviamo la terra, ce la faremo, come sempre”. L’omino della spiaggia che guadagna 800 euro al mese e paga il 60% di tasse sperando di non ammalarsi pensa più moderato, paura di perdere tutto. Scollamento tra il popolo e chi decide. Orgoglio e dignità. Europa è patrimonio di tutti. Ma gli dei sono greci. Senso della parola popolo. Vai Alexis riempi la distanza 1-99

Paola e Angelo

 

NOI NO.

Noi no.
Ho deciso di aprire questa pagina del sito. I nostri racconti. Infondo abbiamo sempre pensato che se le persone non venivano all’orto dovevamo trovare il modo di portargli l’orto in casa. Così questo spazio sarà libero per scrivere storie. Di qualunque genere siano. Una condivisione virtuale mettiamola così. Mandatele a coltiviamocesano@gmail.com ed avremo cura di pubblicarle.
Noi no è il titolo di questo racconto perché è quello che ho vissuto questa mattina. Ho subito avuto il desiderio, forse il bisogno di raccontarlo. Di scrivere gli interrogativi che mi sono posta e che non trovano risposte. Ma va bene così. Va bene anche solo pensarci. È già anche tanto pensare di scriverlo.
Questa mattina dopo quasi un mese di assenza fisica dall’orto sono andata a prendere aria. Sapevo che c’era da piacciamare e avevo voglia di iniziare. Di vedere l’oro sul mare verde e di prendermi una pausa dalla frenesia che travolge ogni giornata.
All’orto li ho trovati li, come sempre. 8.30 del mattino Angelo e Rosy, i nostri ortisti ultra ottantenni, avevano già timbrato da un pezzo, prima di qualunque altro lavoratore che a quell’ora è alla macchinetta a bere il caffè.
“Ciao Rosy come va? Mi hanno detto che il Tullio (suo marito) non è stato bene…”
Giovedì scorso Tullio ha avuto un ictus, il secondo. Lei era all’orto quando è successo. Tullio sembra stare bene ora, sta recuperando. E Rosy è lì, all’orto dal mattino presto così poi per le 10 può andare in ospedale.
Non so dire se il mio fosse stupore, perplessità, meraviglia, sconcerto o ammirazione. Il marito ha avuto un ictus e lei è all’orto. Poi raccontando mi dice: “sai Manu, il Tullio li in ospedale era tutto preoccupato, mi diceva come fai adesso con il tuo orto se devi venire qui da me?”. Non ci sono parole per descrivere quello che mi ha mosso dentro. Lui stava male e si preoccupava dell’orto, suo marito è in ospedale e lei riesce a venire all’orto….continuavo a ripetermi le stesse cose.
Poi mi sposto dal lato orto diametralmente opposto perché dopo tanta assenza dovevo andare a salutare anche Angelo. Ignara mi avvio verso la seconda lezione della giornata, non male per essere le 8.45 del mattino.
Angelo aveva mezza faccia tumefatta e l’occhio pesto. È caduto dalla bici un paio di giorni fa. (Stiamo parlando di un ottantenne). Era lì tranquillo con la canna in mano a bagnare le sue piantine. E la domanda è stata la stessa…come fa a stare qui…non si può raccontare a parole ma proprio quella faccia raccontava di una botta colossale….io per molto meno sarei stata imbottita di farmaci riversa sul letto e in agonia.
Sono tornata confusa alle prose che dovevo piacciamare e la testa ha cominciato a frullare tra domande in cerca di risposte.
Loro si, perché noi no? Gli può capitare qualunque cosa ma loro sono presenti, fisicamente dico. Hanno un attaccamento verso quel posto, per quell’attività, per quel modo di passare le giornate che noi non abbiamo. Sono coinvolti. Non che noi non lo siamo. Lo siamo in modo diverso. Tanti di noi vogliono bene a quel posto, ma quando siamo tirati non ci siamo e basta, quando c’è un problema salta l’orto. E se ci siamo è con il pensiero o con le attività organizzative. Per loro il mondo può cadere ma il fatto di andare non è mai in discussione.
Ho cominciato a cercare fra le memorie dei libri studiati negli ultimi mesi, quelli che in parte mi hanno tenuta lontana da quel luogo. Non vi è dubbio, ha dichiarato il mio ippocampo. Una cosa del genere è certamente riferibile alla “Modernità Liquida”, Baumann e tutte le sue dissertazioni sociologiche su individui e (non)legami che caratterizzano la modernità e l’individuo moderno. Non ho voglia di fare la lezione di sociologia chi ha voglia vada a vedere cosa ha scritto Baumann e perché.
Poi mi si è aperta una pagina di demografia. Si indagava il concetto di fragilità. Il suo contrario veniva identificato con i concetti di resilienza e plasticità. Sono concetti che conosciamo bene perché soprattutto del termine resilienza sono oggi pieni tutti i bandi e tutti i nostri progetti.
E noi, che crediamo di poter insegnare queste parole, che crediamo di poter dire agli anziani che vivono i nostri orti come si vive, cosa dobbiamo costruire e come, che pretendiamo di insegnare la condivisione perché partiamo sempre dal presupposto che loro sono abituati al loro orticello, noi, quei tanti ortisti degli orti condivisi che con terrore guardano l’anziano che si avvicina perché è rigido e poco malleabile, perché pensa di sapere tutto…noi no. Noi non abbiamo capito niente. Noi, forse, dovremmo ricominciare ad ascoltare e guardare. Noi dovremmo avere l’umiltà di imparare.
Alle 10 e un tocco Rosy è andata via per andare dal Tullio. Non senza passare a portarmi un sacchetto di pomodori appena colti. Non senza avermi detto che era felice di avermi incontrata.
Inchino.

Emanuela

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